Quando eravamo tutti principianti
Prima ancora di essere competitor, siamo stati allievi.
E prima ancora, eravamo semplicemente persone spaesate, goffe, catapultate in un mondo che stava nascendo proprio in quel momento.
Non vorrei iniziare con “ai miei tempi”… anche perché, ai “miei tempi”, non ho certo lasciato il segno.
Ma quando ho iniziato, i primi coach a malapena sapevano insegnare le butterfly. Figuriamoci i muscle-up.
Imparavamo insieme.
Noi dai loro consigli, loro dai risultati – spesso imprevedibili – dei nostri tentativi.
Guardare i grandi, da lontano
Ogni giorno osservavo i migliori. Li imitavo, li studiavo.
Stefano Migliorini, Martina Barbaro, Mattia Balella, Stefano Italiano.
Li guardavo da lontano, con rispetto quasi religioso, sperando un giorno di poter essere lì anche io.
Magari a condividere un bilanciere prima di entrare in gara.
Perché allora era così:
li vedevi solo in gara.
Ed è lì che capivi davvero quanto eri piccolo.
La giungla della nutrizione
Se il training era agli inizi, la nutrizione era il caos totale.
Non c’erano linee guida, né letteratura, né metodi consolidati.
Si imparava guardando video dall’America.
Passavo ore a osservare:
- Rich Froning che tra un metcon e l’altro beveva latte e mangiava peanut butter & jelly
- Graham Holmberg con fragole e uova al mattino, poi quasi niente fino a sera
- Lucas Parker con colazioni infinite di pancetta
E mi chiedevo:
ma che razza di alimentazione è questa?
Mode, errori e confusione
Abbiamo provato tutto. Letteralmente.
Prima la dieta a zona.
Poi la paleo-zona.
Poi solo paleo.
Poi qualcuno disse che il glutine rallentava.
Poi arrivarono i medici:
“Il CrossFit non è endurance.”
E allora tutti in chetogenica.
Poi tornarono i carboidrati.
Poi di nuovo confusione.
Perché alla fine qualcuno diceva:
“Una caloria è una caloria.”
E allora?
Merendine o riso, gelato o patate… cambia davvero qualcosa?
Era una giungla.
E io l’ho attraversata più volte.
Perdendomi.
E ritrovandomi sempre nello stesso punto.
La svolta: fermarsi e capire
A un certo punto ho deciso di fermarmi.
E ho scritto un libro.
“300 Invictus”.
Un libriccino, sì. Ma che mi ha richiesto tre anni di isolamento, studio e riflessione.
Non so quanto sia servito agli altri.
Ma a me è servito tantissimo.
Perché mi ha aiutato a mettere ordine.
A capire una cosa semplice:
la fisiologia umana non è cambiata negli ultimi 100 anni.
E il CrossFit non è uno sport da improvvisare.
Mangiare da atleti, non da appassionati
Il CrossFit è uno sport complesso.
Richiede energia, recupero, adattamento.
Non può essere sostenuto da mode passeggere o approcci estremi.
Serve un’alimentazione da atleti.
Da olimpionici.
Non da “sportivi del tempo libero”.
Perché ho scritto davvero
La verità?
Non ho scritto quel libro solo per me.
L’ho scritto perché volevo lasciare qualcosa.
Perché non riesco a fare nulla senza condividerlo:
- non viaggio senza compagnia
- non vado a un concerto da solo
- non scrivo senza qualcuno che legga
Avevo bisogno di un lettore.
Siamo solo all’inizio
Sono passati quindici anni.
E oggi possiamo dirlo:
non siamo più una nicchia.
Il CrossFit è cresciuto.
È maturato.
E sta andando nella direzione giusta.
E se anche una sola persona ha trovato chiarezza nel mio percorso…
allora ne è valsa la pena.

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